Riconoscimento della professioni – Tutela diritti e unità delle categorie
Come sapete con il 1° gennaio 2008 in Europa diventa possibile la libera circolazione dei professionisti (ratificata in Italia dal Decreto legislativo 9/11/2007, n. 206 “Attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, nonché della direttiva 2006/100/CE che adegua determinate direttive sulla libera circolazione delle persone a seguito dell’adesione di Bulgaria e Romania” pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 261 del 9/11/07).
Per quanto riguarda molte altre nuove e meno nuove professioni, lo Stato italiano si trova come sappiamo in una situazione di grave ritardo che dovrà essere risolta e rispetto la quale ci auspichiamo di potere essere presenti con il nostro contributo.
Questo particolare momento infatti, nella sua criticità e unicità, può rappresentare un’irripetibile occasione per partecipare a tavoli istituzionali finalizzati alla definizione e al riconoscimento di nuove figure professionali
nell’ambito sanitario e/o socio assistenziale.
Correttamente alcune delle associazioni professionali hanno inoltrato agli organi competenti una domanda finalizzata ad ottenere la possibilità di essere interpellati e di poter dare un contributo nei tavoli di programmazione che vedranno impegnato il Ministero delle Politiche Comunitarie.
Le domande presentate non saranno automaticamente accettate, le associazioni dovranno infatti dimostrare di avere tutti i requisiti richiesti. Le associazioni professionali che hanno fatto o stanno facendo la domanda e che sono iscritte ad es. al COLAP, possono usufruire di consulenza e consigli burocratici finalizzati in merito.
Si tenga tuttavia presente che l’eventuale inserimento negli elenchi previsti dall’articolo n.26 della ‘Direttiva Qualifiche’, ottenuto in seguito alla presentazione della domanda da parte delle associazioni professionali, non comporta – come si
potrebbe erroneamente e con troppo ottimismo interpretare – un riconoscimento della professione; presentando la domanda al Ministero della Giustizia, a quello competente della Sanità, a quello delle Politiche Comunitarie ed al CNEL le
associazioni professionali si candidano ad essere consultate nel caso vengano convocati tavoli europei di programmazione settoriale.
Osservando la concreta e quotidiana situazione del nostro lavoro di operatori si nota subito che generalmente esso è precario e mal pagato, portato avanti da molti di noi che, sparsi su tutto il territorio nazionale, hanno svolto nel corso degli anni migliaia di ore nei vari ambiti dell’assistenza, della sanità, della terapia e della riabilitazione, della scuola e della formazione.
Con il nostro lavoro ’sul campo’ abbiamo contribuito in modo assai significativo a fondare e diffondere la consapevolezza che le nuove tecniche (musicoterapia , psicomotricita’ terapie artistiche , etc.) sono con certezza un elemento ‘facilitante’ in ambito educativo, riabilitativo e terapeutico; abbiamo inoltre testimoniato con la nostra professionalità come l’estressione artistica possa contribuire allo sviluppo e al recupero di numerose funzioni.
Questo risultato è notevolissimo e prezioso, è da considerare un importante traguardo e come tale va difeso e valorizzato; si tratta di un capitale sperimentale e scientifico enorme, umano ed appassionato.
Talvolta la nuova tecnica è stata uilizzata da operatori improvvisati e privi delle necessarie competenze ma nella maggior parte dei casi l’intervento è stato condotto con competenza, serietà e professionalità, radicandosi gradualmente nelle strutture e nei territori ove è stato praticato. Ciò significa che nelle diverse realtà lavorative in cui si sono trovati ad
operare molti di noi hanno saputo mettere a frutto con serietà e professionalità le proprie capacità e le competenze acquisite in uno dei tanti corsi – forse troppi .
Le numerose scuole hanno avuto il grande merito di diffondere la tecnica e la cultura dei nostri mestieri e si sono nel corso degli anni sempre più professionalizzate; è ora auspicabile che queste continuino ad avere un ruolo di rilievo anche nel futuro quadro formativo, conformemente alle nuove norme comunitarie.
Con riferimento alla presenza di numerose scuole di formazione e al loro ulteriore proliferare ci permettiamo di sollecitare una riflessione, in modo se volete un po’ provocatorio:
in considerazione del fatto che i profli di ricerca non sono ancora definiti da parte dello Stato e di conseguenza non sono ancora previsti – di diritto – nelle strutture e nei servizi dove comunque – di fatto – ci ostiniamo ad operare, quali realistiche garanzie di inserimento dignitoso nel mondo educativo, riabilitativo e terapeutico nazionale ed europeo pensiamo di offrire ai nuovi aspiranti professionisti che ci apprestiamo a formare, supervisionare ed esaminare?
Non solo chi decide di intraprendere questa professione ma anche chi da molti anni lavora si trova a dover affrontare grandi difficoltà per quanto riguarda la tutela del lavoro; il prezioso patrimonio rappresentato dal capitale di esperienze
e di pratica professionale di ognuno di noi può costituire la base di partenza per un lavoro condiviso e finalizzato alla strutturazione di una categoria professionale di operatori specializzati, riconosciuti come tali anche dal punto di vista
dell’inquadramento professionale e retributivo.
Si tratta di un obiettivo raggiungibile. Un primo passo per conseguirlo può essere rappresentato da un tavolo comune di discussione e confronto in cui si prenda in considerazione prioritariamente ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide. La frammentazione interna che caratterizza il settore è purtroppo molto ben visibile anche per chi dall’esterno la osserva, faticando a comprenderne le ragioni.
La normativa europea nell’ambito della libera circolazione delle professioni sta conducendo ad alcuni sensibili cambiamenti nei criteri di ‘riconoscimento’ delle stesse, permeando il rigido sistema nazionale di influssi gradualmente
tendenti all’agilità del mercato.
Partendo dall’assunto che la libera circolazione delle professioni comporta un controllo dello standard formativo (titolo di studio, scuola di specializzazione, ore di formazione, ore di tirocinio ecc.),in Italia si aprono delle possibilità che vanno prese in considerazione, uscendo finalmente da una situazione di stallo che si protrae purtroppo da molti anni e che non è più sostenibile.
Essendo la formazione molto frastagliata e diversificata, è necessario arrivare a delineare una sorta di punto zero, una base condivisa, dalla quale partire, considerando la costruzione di un nuovo iter formativo in linea con i parametri europei e sanando quanto finora fatto. Ricordiamo inoltre che è costituzionalmente definito che adeguate NORME TRANSITORIE accolgano nella categoria, al momento dell’applicazione della tanto agognata legge, anche tutti i professionisti non iscritti ad associazioni. È importante che non si continuino a creare divisioni ma si accolgano le forze di tutti i professionisti che in questi anni hanno contribuito alla costruzione della casa comune, anche in considerazione del fatto che l’entità numerica non è un elemento di secondaria importanza. Questa sembra essere l’unica possibilità per uscire da una situazione di stallo, prettamente italiana, che permetterebbe ai professionisti stranieri di esercitare in Italia, ma che se non affrontata potrebbe in taluni casi paradossalmente far perdere al professionista italiano il lavoro e quel poco di credibilità finora conquistata.
Il tempo non gioca a nostro favore e le difficoltà recenti e passate nel trovare un minimo comune denominatore tra coloro che operano nel nostro ambito non vanno nascoste. È tuttavia diventato assolutamente necessario mettere da parte la dialettica politica delle varie realtà formative e promuovere l’organizzazione di un tavolo di lavoro per la creazione di un CONSIGLIO NAZIONALE DEGLI OPERATORI delle nuove professioni sanitarie, un organismo che riunisca le varie anime della ricerca applicata italiana al fine di arrivare a quei numeri (grazie ad un REGISTRO UNICO NAZIONALE articolato in settori) che possano consentire un riconoscimento delle professioni secondo le norme europee (vedi Inghilterra, Danimarca, Spagna, Germania, ecc.) e d’oltre Oceano (U.S.A. e Canada).La presente proposta si rivolge a tutti coloro che operano nel campo delle nuove professioni sanitarie (non le 22 della legge 43 che finalmente istituisce gli anelati ordini professionali), ai protagonisti di tanti anni, ai dirigenti delle associazioni ed agli operatori singoli, iscritti o meno ad un registro e/o ad una associazione professionale, invitandoli a riunirsi intorno ad un tavolo comune per individuare strategie condivise per la valorizzazione ed il consolidamento dello spazio di mercato che le nuove figure professionali sanitarie di ricerca hanno saputo guadagnarsi nel nostro paese. Aderendo al processo democratico anche i colleghi che negli anni trascorsi hanno meritatamente acquisito posizioni di prestigio potranno ulteriormente valorizzare il proprio ruolo e la propria funzione rappresentativa all’interno della categoria e anche rispetto le altre realtà professionali, formative e istituzionali; a questi colleghi va chiesta una prova di maturità professionale esemplare.
Uniti in un REGISTRO UNICO NAZIONALE – articolato in settori -potremmo riuscire a diventare un soggetto capace di interloquire in modo non solo formale ma anche operativo con le istituzioni preposte (Ministero della Salute, Ministero dell’Università e della Ricerca, Ministero delle Attività Produttive, Ministero delle Politiche Comunitarie, Cnel, Ministero della Giustizia).
Ci facciamo pertanto PROMOTORI di un dibattito nazionale finalizzato . Si tratterebbe di un organismo capace di riunire le varie anime della NUOVA PROFESSIONALITA’ SANITARIA E SOCIOSANITARIA italiana (musicoterapia , psicomotricita’ terapie artistiche , etc.). All’interno di tale organismo le associazioni aderenti manterrebbero intatta la propria autonomia e verrebbero presi in considerazione e rispettati il peso politico e numerico di ognuna. Le associazioni si troverebbero a collaborare sul piano della tutela dei propri iscritti in merito a questioni relative al riconoscimento della professione in ambito istituzionale e la conflittualità inevitabile e talvolta fertile sarebbe ricondotta utilmente nell’alveo di decisioni necessarie e democratiche, non paralizzando la categoria.
Ciò che si propone non è la costituzione di una nuova associazione o confederazione, ma la nascita di un organismo di coordinamento finalizzato al raggiungimento del comune obiettivo della definizione, da parte dello Stato, dei PROFILI PROFESSIONALI , obiettivo che realisticamente prevederà alcune forme di pressione e presenza massmediologica.
Per ottenere un obiettivo – che può sembrare difficile da raggiungere ma che è legittimo oltre che imprescindibile per chi quotidianamente lavora – dobbiamo mettere da parte la frammentazione, la diffidenza reciproca e l’indifferenza, la rassegnazione e il fatalismo che fanno disperare di vedere finalmente adulte la nuove professioni sanitarie. Dobbiamo diventare un soggetto istituzionalmente affidabile e per questo è necessario essere realmente professionali nella collaborazione e nella condivisione; ciò fa parte integrante della parola professionalità, specialmente nel campo delle professioni d’aiuto. Dobbiamo inoltre discutere di eventuali ipotesi di accorpamento con altre professioni e della necessaria distinzione che deve esistere tra l’area formativa (i professori ed i dirigenti delle scuole e dei corsi) e l’area
professionale (i dirigenti delle associazioni professionali). I responsabili delle associazioni professionali dovrebbero essere professionisti non regolamentati e giustamente motivati ad ottenere, per sé e per i colleghi che rappresentano, il riconoscimento. Non è opportuno che la dirigenza delle associazioni sia affidata a professionisti che appartengono a categorie già riconosciute, regolamentate e garantite. Tante sono le questioni. Ci siamo sentiti in dovere di fare una proposta addossandoci il rischio di una non risposta o di una risposta aspra, infastidita, aggressiva. Ciò andava tuttavia fatto, ora, e facciamo appello ai dirigenti delle associazioni professionali affinché comprendano che ritardare azioni concrete, provocherebbe ulteriori difficoltà lavorative ed esistenziali per molti colleghi. Invitiamo tutti ad affrontare con grande senso di responsabilità e onestà professionale una questione che nella sua serietà e gravità chiama in causa la vita di molte persone che hanno l’unico torto di aver creduto e di credere nelle prospettive che abbiamo costruito e presentato.
Proponiamo pertanto un confronto aperto e costruttivo sui temi proposti, per condividere le regole finalizzate alla costituzione del Consiglio Nazionale degli Operatori delle NUOVE PROFESSIONI SANITARIE in vista della formazione di un Registro Unico
Rolando P. Mancini
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