Per una Riabilitazione democratica e i diritti di cittadinanza
Questa proposta – aperta alla elaborazione e ai suggerimenti di quanti intendono sostenerla – nasce dalla necessità di una riflessione più ampia possibile sulla condizione dei servizi sanitari e sociali per la disabilità e per il disagio, sia per quanto riguarda gli utenti e i loro familiari, sia per quanto riguarda gli operatori.
Ci riferiamo a quelle attività che vanno sotto il nome di Riabilitazione.
La situazione della Riabilitazione, così come della maggioranza dei servizi per lo Stato Sociale, si è rivelata in questi anni ben diversa da quanto avevano progettato coloro che, a partire dalla riforma sanitaria (L. 833), intendevano attuare il diritto costituzionale alla tutela della salute, costruendo servizi rispondenti ai bisogni della persona, superando forme assistenziali arretrate, diffuse nel nostro Paese.
Con la costituzione dei servizi pubblici sanitari e sociali, al posto dei cronicari e dei lager tristemente famosi negli anni ’60, si sperava di:
1) affrontare e risolvere l’assenza d’informazione sanitaria e sociale;
2) migliorare e risolvere con l’intervento precoce gli effetti del disagio psico-fisico;
3) intervenire su disagi e handicap già consolidati proponendo una condizione di vita fondata sull’integrazione scolastica e sociale;
4) costruire e consolidare l’integrazione lavorativa e sociale per persone disabili con la certezza, confortata dalle esperienze, di un miglioramento della condizione individuale e nella vita sociale;
5) eliminare o ridurre l’emarginazione influendo direttamente sull’ambiente familiare e sociale.
Oggi molte aspettative e certezze si sono affievolite, il patrimonio professionale e sociale sembra disperso, e ci si trova a sperare o a elemosinare interventi e prestazioni che i servizi pubblici non sono nelle condizioni di esercitare, se non in modo parziale e limitato. I finanziamenti, infatti, sono fermi e non quantificabili da 15 anni, le attività di prevenzione sono quasi inesistenti e mancano, quasi del tutto, se non in casi circoscritti e limitati, programmi o processi di integrazione sociale e socio sanitaria.
L’assenza di chiari strumenti di legge nazionali e locali per la riabilitazione e per il disagio, l’ambiguità politica dei governi succedutisi negli ultimi 15-20 anni, l’inettitudine gestionale commista al clientelismo e alla necessità di realizzare “profitti dalle prestazioni sanitarie e sociali”, quasi fossero merci da supermercato, hanno accresciuto le difficoltà di questo settore moltiplicando l’interesse e la presenza privata. In effetti questo settore si è rivelato produttore di ricchezza, ma solo per quelle strutture come l’IKT di Lady Asl, “Anni Verdi”, e tante altre fuori controllo, che utilizzano personale precario mal retribuito e riducono la qualità effettiva delle prestazioni.
Per questo motivo si è sviluppato un vero e proprio mercato della riabilitazione: grandi quantità di prestazioni prescritte e rimborsate ai privati dalla Regione, ma solo in parte effettuate a favore degli utenti. Ma questo sistema non riguarda solo gli enti incriminati dalla magistratura, bensì la stragrande maggioranza di enti e associazioni che operano nel settore. Gli utenti non sono seguiti per ciò che potrebbero realizzare, ma assistiti; le figure professionali sono mal pagate, talvolta poco formate e poco motivate.
Anche le forme della cooperazione, presenti in forza in questo settore, assorbite oggettivamente dai meccanismi della concorrenza e del mercato, hanno perso, con le dovute eccezioni, quella capacità innovativa in grado di rappresentare la promozione di diritti.
In realtà, i progetti riabilitativi e di integrazione sociale hanno bisogno di professionalità sociali e sanitarie diverse, costano e non producono profitto. Tuttavia, i servizi territoriali, previsti dalla riforma sanitaria, solo per poco tempo hanno svolto una funzione innovatrice nelle teorie e nelle pratiche di cura. Ben presto infatti si sono, per così dire, ripiegati su se stessi, hanno ridotto la propria funzione di fronte al prevalere di una cultura sanitaria assistenziale e ancora incentrata sull’ospedale. Inoltre, l’assenza di criteri e volontà per definire i nuovi servizi, gli organici, la presenza di professionalità adeguate, ha ridotto le capacità di intervento e la diffusione di esperienze condivisibili e in grado di confermare la validità e utilità di questi servizi.
Le attività dei presidi territoriali si riducono sino a trasformarsi in meri ambulatori produttori di ricette; i centri diurni, le case famiglia, si trasformano in nuovi ghetti o cronicari per l’assenza di sostanziali pratiche d’integrazione, di inserimento lavorativo e di sostegno alle famiglie. Si modifica la natura degli interventi terapeutici e riabilitativi e il personale si demotiva. In particolar modo vengono quasi totalmente destrutturati i servizi per l’età evolutiva, fondamentali per recuperare le abilità residue, evitare l’insorgere di altre patologie nonchè del disagio psicologico e sociale per i bambini con disabilità ed i loro nuclei familiari. Si è arrivati fino, in alcune AASSLL, ad eliminare dalla loro naturale collocazione nei Dipartimenti Materno-Infantili i servizi per la tutela della salute mentale e riabilitazione in età evolutiva, relegandoli nel dipartimento per le fragilità con i Sert, i servizi per i carcerati e per gli anziani.
Il personale di questi servizi, così come quello dei dipartimenti di Prevenzione, di Salute Mentale, dei consultori, dei servizi Tutela salute mentale e riabilitazione in età evolutiva è formato nella maggior parte dei casi da coloro che, 30 anni fa, si sono impegnati alla loro costruzione. Servizi nei quali, anche gli operatori già andati in pensione non sono stati quasi mai sostituiti. In breve, attraverso i pensionamenti progressivi si arriverà alla chiusura di servizi, considerati un tempo il centro di un modo nuovo e moderno di concepire la tutela della salute, trattati ora alla stregua di attività in via di esaurimento. A poco servono le attività pur eccellenti che ancora resistono, perché le leggi finanziarie hanno legato le prestazioni ai conti economici, bloccato le assunzioni e accelerato, nella regione Lazio in particolare, la concentrazione di più dell’80% delle attività di riabilitazione nelle mani dei privati.
Tale situazione ha prodotto disagi che si sono aggiunti a quelli che si vorrebbero ridurre o superare, e ha imposto a chi non trova soluzioni, la via del “fai da te”. Questa via alimenta aspettative e il mercato della speranza attraverso una babele di terapie e di interventi che raramente danno risultati utili, visto che nella maggior parte dei casi risultano dannose o inefficaci perché separate da un processo terapeutico e sociale in grado di coinvolgere la totalità della persona, il suo ambito familiare e sociale.
Stessa situazione per gli operatori. Professionalità nuove e antiche si misurano con la struttura rigida dei servizi e con la mentalità corporativa di quegli ordini professionali che esercitano nel nostro Paese vere e proprie forme di monopolio.
Oggi le nuove categorie professionali sono segnate da una condizione che fa piazza pulita di tutte le novità, le distinzioni, le professionalità: quella sempre più estesa e pervasiva del lavoro precario, a basso costo, caratterizzato da prestazioni sempre più generiche e assistenzialistiche. Le nuove professioni che dovrebbero essere riconosciute come portatrici di conoscenze e titolari di diritti, non hanno più il terreno dove poter esercitare. Accanto a nuove emarginazioni e a nuovi ghetti si moltiplica anche il disagio degli operatori.
Risultato: assistenza insufficiente, inadeguata, che rafforza la cultura dell’handicap quale condizione totalizzante. Il progetto di integrazione sociale viene presto abbandonato per interventi, attività e vita speciali, distinte e separate dal resto della comunità. Cresce il disagio ed il distacco di utenti, familiari e operatori dal resto della società e si crea una realtà di “diversi”, quasi invisibile, che appare e si manifesta in situazioni contingenti solo per dar luogo a risposte e sfoghi compassionevoli.
Il disagio e la disabilità si trasformano in una condanna sociale per il soggetto che ne è portatore, fino al gruppo sociale dei familiari e operatori, a cui rimane giocoforza legato senza possibilità di integrazione reale. In queste condizioni si rafforza, o meglio, si accetta come inevitabile il ruolo di enti e o associazioni.
Dalla situazione della Riabilitazione sin qui descritta, appare un diffuso senso di impotenza che coinvolge utenti e operatori e accresce la separazione tra i tanti settori del disagio e della disabilità. Tale separazione, ovvero la chiusura nel proprio ambito di intervento e di pena, impedisce, a operatori e utenti, di vedere i numerosi elementi comuni che pure uniscono settori tanto diversi. E’ proprio dal riconoscimento dei punti in comune che può invece nascere la possibilità di maggiore dignità e forza, e la prospettiva di risultati concreti.
Oggi risultano evidenti i limiti delle scelte attuate dai governi centrali e locali nel settore della riabilitazione e dei diritti di cittadinanza negli ultimi 15 anni, così come appare chiaro che la centralità del profitto del settore privato è incompatibile con gli obiettivi di prevenzione, cura, riabilitazione e integrazione sociale, e la realtà diffusa degli illeciti che emergono periodicamente sulla stampa, lo dimostra con chiarezza.
Un servizio pubblico nuovo legato alla partecipazione dei cittadini
Per questo è utile avviare una riflessione sulla Riabilitazione e sullo Stato Sociale che comprenda operatori, utenti ed associazioni nel riconoscimento di diritti irrinunciabili , individuali e sociali e del loro esercizio sostanziale e pratico.
Per realizzare un nuovo servizio ed un nuovo ruolo del pubblico, serve:
1) una nuova cultura e pratica dei servizi;
2) il superamento dell’aziendalismo e della logica del profitto nei servizi alla persona;
3) l’attuazione del principio di responsabilità di operatori e istituzioni;
4) una diversa e reale partecipazione dei cittadini al funzionamento dei servizi
Servono centralità dei programmi, semplificazione delle procedure e controllo accessibile ai cittadini.
Serve un servizio pubblico con il concorso attivo della scuola, della cultura, dello sport, gestito dalle comunità locali, finalizzato all’integrazione sociale e lavorativa. Senza questa strategia e senza impegni in questa direzione, la maggioranza degli interventi sono destinati a cristallizzarsi, alla ripetitività, all’insuccesso.
Costruire un movimento per la Riabilitazione Democratica e per i Diritti di Cittadinanza utile per:
- incalzare la politica sulla necessità di rispondere in modo democratico ed equo, in un paese civile, ai bisogni dei disabili in quanto persone;
- porre i bisogni reali dei disabili al centro dei compiti delle istituzioni e dei servizi, per superare una condizione di vita all’insegna della separatezza, dell’assistenzalismo e del disagio;
- affrontare altresì in modo adeguato la situazione di familiari e dei loro cari per dare soluzioni positive alle loro legittime aspettative di vita e di lavoro;
- dare impulso alle istituzioni e restituire al servizio pubblico centralità e un ruolo più dinamico di programmazione, indirizzo, gestione e controllo;
- intendere la cura, non solo come trattamento sanitario in senso stretto, ma come prendersi cura delle problematiche fisiche, psicologiche e sociali nel loro insieme;
- restituire e riconoscere la centralità del lavoro di cura e di riabilitazione, sottraendolo al ricatto della precarietà;
- assumere l’obiettivo della promozione e della tutela della salute intesa come stato di benessere fisico, psicologico e sociale.
Vogliamo parlare di emancipazione, eguaglianza, solidarietà per contrastare e superare vecchie e nuove emarginazioni.
Vogliamo il diritto alla salute come elemento centrale della cultura e della pratica pubblica sempre più appiattita e costretta da problemi finanziari.
Vogliamo dar voce alla ricchezza delle esperienze presenti così come alle nuove generazioni di operatori ed alle nuove professionalità.
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